Età evolutiva
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Età evolutiva

ETA’ EVOLUTIVA

Lo sviluppo psicologico in età evolutiva è determinato dall’intreccio di diversi fattori (modificazioni fisiche, percettive, cognitive, del linguaggio, dello sviluppo affettivo e sociale), che comportano cambiamenti attraverso una serie di fasi in cui, a periodi di rapida crescita accompagnata da turbe o squilibri, si alternano momenti di relativa calma e consolidamento.

Questi compiti evolutivi rappresentano situazioni non prive di difficoltà che gli individui devono risolvere in tempi prestabiliti e permettono al bambino di acquisire nuove competenze e di confrontarsi con nuovi problemi.

In genere questi periodi di transizione coincidono con quelli in cui il bambino passa da una condizione fisica a un’altra (da neonato a bambino, da bambino a preadolescente) o da un ruolo a un altro (da bambino che sta in casa a bambino che va a scuola).

Durante questi periodi di intense stimolazioni e richieste ambientali, si inseriscono inoltre le aspettative legate all’apprendimento scolastico e alle nuove competenze relazionali e sociali. I bambini possono quindi trovarsi a dover affrontare una quantità sempre maggiore di attività dimostrando efficienza ed organizzazione nei diversi contesti di vita.

Per tali motivi il bambino può presentare a volte problemi di comportamento, di regolazione emozionale, difficoltà ad adattarsi alle modificazioni in atto e a gestire la massa di informazioni pratiche ed emotive da cui rischia di venire travolto. Altre volte il bambino sembra perdere le capacità precedentemente acquisite.

Spesso tali manifestazioni hanno un carattere transitorio e portano allo ristabilirsi di un nuovo equilibrio armonico ed allo strutturarsi di una personalità matura e flessibile al cambiamento.

Ma in alcune situazioni di disagio può essere utile una consultazione psicologica per aiutare il bambino, la sua famiglia o gli insegnanti a comprendere la difficoltà, per attribuirgli il giusto significato e ritrovare un percorso di crescita funzionale.

A seconda della specifica fase evolutiva, i genitori si trovano a dover affrontare alcune difficoltà legate ai cambiamenti evolutivi che necessitano di un continuo adattamento da parte dei genitori e questo rappresenta una sfida continua, a volte faticosa. Insomma non si finisce mai di imparare il “mestiere” di genitore, che deve necessariamente saper adattare i propri interventi a seconda delle tappe di sviluppo del proprio bambino.

Dai 0 ai 5 anni i genitori di bambini in età prescolare sanno bene quali intense modificazioni investono il bambino e quali crescenti richieste vengono poste: dalla nascita all’inserimento al nido e poi alla scuola dell’Infanzia, nelle diverse tappe evolutive possono presentarsi problematiche legate alla separazione dalle figure genitoriali, all’apprendimento di regole, all’integrazione con i pari. In una fase evolutiva in cui risulta difficile esprimere verbalmente il disagio, possono manifestarsi difficoltà sul piano linguistico, comportamentale o relazionale che necessitano di una valutazione più specifica.

Tra le difficoltà più ricorrenti si possono presentare alterazioni del ritmo sonno-veglia, dell’alimentazione, dell’evacuazione; difficoltà di separazione, difficoltà di regolazione degli affetti, ansia, eccessiva inibizione o ritiro; scarso rispetto delle regole, comportamenti aggressivi o di forte oppositività verso i pari o gli adulti.

Spesso tali problematiche sono di carattere transitorio, talvolta però può risultare indicato un approfondimento per chiarirne la natura, aiutare il bambino a esprimere i suoi bisogni emotivi e i genitori a comprenderli, favorendo in tal modo la ripresa di uno sviluppo psicofisico armonioso e prevenendo futuri disturbi psicopatologici.

Dai sei anni il bambino inizia a cimentarsi in modo più sistematico con competenze cognitive (operazioni matematiche, sforzi di memoria, leggere, scrivere…) e relazionali (passa molte ore fuori casa, deve seguire altre regole, conosce tutti insieme molti coetanei, si confronta con altre figure adulte) tutte esperienze particolarmente ricche ma anche fonti di possibile stress.

In questo momento di importanti cambiamenti interni ed esterni al bambino, possono manifestarsi problematiche di diverso tipo: difficoltà legate agli apprendimenti scolastici, disagi sul piano emotivo-relazionale (ansia, fobia scolastica, eccessiva tristezza, ritiro, isolamento dai compagni), disturbi del comportamento (aggressività verso i pari, oppositività, rabbia). Possono verificarsi nel contesto scolastico casi di bullismo o di cyberbullismo.

È sempre più frequente che i genitori, spesso consigliati dal pediatra, richiedano un colloquio per sentirsi sostenuti e trovare le giuste strategie per affrontare le difficoltà incontrate.

In queste situazioni, dopo un iniziale contatto telefonico da parte dei genitori, in cui vengono raccolti i dati del bambino e il motivo della chiamata, il successivo percorso di valutazione prevede tre- quattro incontri a seconda dell’età del bambino e della problematica presentata, in cui verrà raccolta la storia evolutiva del bambino ed effettuata l’iniziale osservazione, anche con la presenza del genitore nel caso vi sia difficoltà di separazione. In questa iniziale fase si sottolinea l’importanza di costruire una relazione collaborativa e consapevole con i genitori e con il bambino, al fine di proseguire nel percorso psicologico

A ciò seguono tre-quattro incontri di valutazione con il bambino, per approfondire gli aspetti cognitivi, neuropsicologici, emotivo-affettivi, comportamentali e relazionali.

Al termine della valutazione è previsto un colloquio finale con i genitori in cui verrà restituita e condivisa la sintesi della valutazione effettuata, al fine di prevedere le strategie più adeguate per far fronte alla situazione. Il successivo percorso psicologico, ove necessario avrà lo scopo di potenziare le competenze del bambino (cognitive, emotive, attentive, relazionali) al fine di ripristinare il benessere psicofisico, attraverso una serie di incontri individuali concordati con i genitori.

Infine il periodo della pre-adolescenza e dell’adolescenza, che va dai dodici ai diciotto anni, è all’insegna del cambiamento fisico, comportamentale e psicologico: il corpo si sviluppa repentinamente, il modo di muoversi diventa spesso goffo, si evidenziano i caratteri sessuali primari, aumenta l’interesse per l’altro sesso, si trasforma di fatto l’aspetto così come il modo di pensare sé stesso e gli altri.

Questa rappresenta il momento in cui lievi difetti fisici diventano problemi apparentemente insormontabili, aumenta l’importanza dell’approvazione del gruppo dei coetanei (che supera nettamente quella degli adulti di riferimento), cambia il modo di percepire tutta la realtà interna ed esterna. 

La preadolescenza porta con sé uno stato affettivo turbolento, un vero e proprio terremoto emotivo a partire dal cambiamento ormonale, che toglie al bambino la certezza di quel corpo infantile per lungo tempo curato e vezzeggiato dagli adulti, in particolare i genitori. 

Ogni ragazzo deve imparare a regolare il rapporto tra un corpo che gli è estraneo e una mente che non è ancora in grado di concepirlo. È in tale fase che le incursioni troppo pressanti del mondo adulto hanno come unico effetto quello di confondere le idee al preadolescente già di per sé piuttosto confuso.  Il ragazzo/a ha bisogno di spazio interiore per dedicarsi alla scoperta di sé stesso, di liberarsi del pressante controllo dei grandi, ma ha anche bisogno che l’adulto sia disponibile a mantenere il rapporto con lui, nonostante le difficoltà a comunicare tale necessità, fornendo al ragazzo una cornice educativa e di riferimento che abbia lo scopo di favorire la progressiva autoregolazione. 

Per gli adulti (genitori, insegnanti) che condividono il percorso di crescita con un adolescente, è importante fare uno sforzo di empatia e porsi in una posizione di ascolto e accettazione non giudicante. L’adolescente infatti si trova a dover affrontare il difficile compito di costruire una nuova immagine di sè conciliando i cambiamenti dovuti alle modificazioni fisiologiche interne con le pressioni sociali esterne, per raggiungere una definita personalità adulta

Nonostante questo spesso l’adolescente ha difficoltà a comunicare con gli adulti di riferimento che si trovano a dover porre dei limiti chiari e a contenere il suo pur sano desiderio di mettersi alla prova con azioni e comportamenti spesso provocatori verso il mondo degli adulti. Comunque i genitori restano per l’adolescente un fattore di protezione che allevia le reazioni dei ragazzi allo stress e alla fatica, il punto di riferimento da cui partire e verso il quale poter tornare.

In questa particolare fase dello sviluppo è importante che il genitore consideri non solo la fatica di dover rimaneggiare le dinamiche familiari che ora necessitano di nuovi adattamenti, ma che pensi anche in termini positivi, considerando le fatiche come sfide evolutive stimolanti, al fine di accompagnare i propri figli verso una progressiva autonomia

Ciò che accomuna principalmente i sintomi del terremoto adolescenziale è l’estremizzazione dei conflitti, che può manifestarsi attraverso una modalità attiva o passiva:

agito attivo: ribellione fisica e/o verbale anche violenta
agito passivo: l’isolamento e/o il silenzio, che portano comunque con sé forti sentimenti
di aggressività nei confronti del mondo, da cui l’adolescente non si sente compreso.

I segnali di disagio più frequenti cui occorre fare attenzione sono diversi:

  • crisi di identità (chi sono?, non mi riconosco più?);
  • conflittualità con i genitori (non mi capiscono, mi trattano da bambino, sono invadenti);
  • disagio nelle relazioni con i coetanei (non riesco a parlare con gli altri, mi arrabbio con tutti, gli altri non mi considerano, non riesco a farmi degli amici, non sto più bene con i miei amici);
  • sofferenze sentimentali (mi ha lasciato, chi potrebbe amarmi così come sono);
  • isolamento rispetto ai coetanei (non ho voglia di vedere nessuno e tanto non mi importa, non me la sento di uscire di casa, preferisco giocare online e non avere rapporti reali con gli altri):
  • problemi scolastici (non mi importa niente della scuola, non sono capace, non sono intelligente);
  • disagio rispetto al proprio corpo (non mi piaccio, mi sento grasso, sono troppo alto, sono cambiato e non mi piace come sono adesso);
  • disfunzioni nell’alimentazione come eccesso o rifiuto del cibo, spesso con ripercussioni sul peso corporeo (non ho fame, ho sempre fame e ci sono momenti in cui non riesco a smettere di mangiare, vomito ciò che ho mangiato, il cibo mi ripugna);
  • dubbi sulla propria identità sessuale (faccio pensieri su quelli del mio stesso sesso, ho il timore di essere gay/lesbica);
  • angosce e paure (ho paura di stare da solo, in certe situazioni mi blocco, ho paura di quello che gli altri pensano di me, ho paura di non piacere e di come mi giudicano);
  • ossessioni (ho dei pensieri che mi disturbano che mi sembrano incontrollabili, mi lavo le mani in continuazione, accendo e spengo la luce senza motivo, etc..);
  • autolesionismo manifestato attraverso pensieri o veri e propri comportamenti (ho pensato di suicidarmi, penso spesso di farmi del male, ho provato ad uccidermi, mi taglio, non mangio, vomito apposta, faccio cose pericolose, mi sballo, bevo);
  • somatizzazioni cioè malessere fisico per cui è stata esclusa (per esempio dal medico di famiglia) una causa organica (mi viene spesso mal di testa, ho i crampi allo stomaco, ho la pelle sempre irritata, ho coliche frequenti);
  • rabbia e aggressività (mi arrabbio con estrema facilità, perdo il controllo, odio tutti).

L’impegno e la fatica richiesti ai genitori in questo momento sono tante, è perciò necessario considerare anche le loro difficoltà, al fine di fornire loro gli strumenti di comprensione ed intervento per sostenere il proprio figlio adolescente affinché possa ad es. investire in nuovi legami senza sensi di colpa nei confronti dei propri genitori, o ancora favorire la delicata fase di negoziazione dei tempi e degli spazi da dedicare a studio, amici e famiglia.
Nel caso invece in cui la situazione sembri giustificare un livello di preoccupazione elevato, vi può essere la necessità di accedere ad una consulenza psicologica per capire come affrontare il problema, o portare a valutare un percorso che aiuti l’adolescente ad affrontare l’uscita dall’infanzia e l’ingresso nel mondo adulto con una maggiore conoscenza di sé e una maggiore sicurezza in se stesso.
Lo psicologo, in base al caso specifico, può ritenere utile  un lavoro  individuale con l’adolescente  o consigliare una serie di incontri cui partecipano solo i genitori, oppure coordinare i due interventi, al fine di aiutare la famiglia a trovare nuove e più funzionali modalità di essere in relazione e comunicare.
A volte può capitare che il ragazzo/a non sia disponibile personalmente a partecipare ad un determinato percorso, pertanto può essere utile valutare l’opportunità di lavorare soltanto con i genitori, alleviando la loro fatica, supportandoli nella loro funzione genitoriale in questa difficile fase di vita della famiglia, che si svolge generalmente in un momento di cambiamento anche della fase di vita personale del genitore.

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