Cibo, peso e forma del corpo. Un rapporto complicato
522
page-template,page-template-full_width,page-template-full_width-php,page,page-id-522,page-child,parent-pageid-122,bridge-core-1.0.4,qode-quick-links-1.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,qode-theme-ver-18.0.9,qode-theme-bridge,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Cibo, peso e forma del corpo. Un rapporto complicato

Molte persone hanno un rapporto complicato con il cibo, con il peso e con la forma del corpo. Quando i pensieri diventano eccessivi, quando la persona usa molto del proprio tempo intorno a questi argomenti, quando l’autostima è legata al numero sulla bilancia, possiamo sospettare di avere un disturbo alimentare.  Si tratta di disturbi sottovalutati, che creano molto disagio emotivo; è necessario sapere che un intervento precoce ha buone probabilità di portare a remissione dei sintomi.

In estrema sintesi, i disturbi alimentari sono o di tipo disregolato (mangiare in eccesso) o di tipo restrittivo (ridurre quantità e qualità dell’alimentazione).

L’abbuffata compulsiva è caratterizzata dai seguenti due elementi:

  •  mangiare in determinato periodo di tempo (ad esempio due ore) una quantità di cibo superiore rispetto a quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo e nelle stesse circostanze;
  •  durante l’episodio la persona avverte un senso di mancanza di controllo (per esempio ha la sensazione di non riuscire a smettere di mangiare oppure di non poter controllare quello che mangia); è sempre presente ed è il nucleo centrale che caratterizza la psicopatologia del disturbo.

Se mancano questi due elementi, non si può parlare di abbuffata; un’alimentazione eccessiva può essere definita come “iperfagia”, ma ha caratteristiche diverse, perché manca il nucleo centrale specifico, cioè la sensazione di perdita di controllo.

 

L’iperfagia può essere contrastata con piani di rieducazione comportamentale e cognitiva, mentre per l’abbuffata che caratterizza alcuni disturbi del comportamento alimentare, la terapia specifica deve essere costruita in modo personalizzato, a seconda di come questo sintomo si colloca nella strutturazione del disturbo.

 

Come già detto, l’abbuffata è il comportamento di una persona che in poco tempo mangia una grande quantità di cibo e può essere

  • Oggettiva, se la quantità è effettivamente molto di più di quello che la maggior parte delle gente mangerebbe nella stessa unità di tempo;
  •  Soggettiva, se la quantità è solo percepita dalla persona come eccessiva, ma agli occhi di chi osserva non lo è. Spesso comincia con il pensiero che “gira intorno” a quello che ci si è negati con la dieta e poi esplode con i comportamenti di ricerca del cibo, di preparazione dell’abbuffata, l’acquisto o la ricerca in dispensa o frigorifero.

Altre caratteristiche sono:

  •  Sensazioni, che all’inizio possono essere gradevoli, per il piacere che dà il cibo. Tuttavia quasi sempre si passa rapidamente ad un senso di disgusto, pur non riuscendo a smettere di mangiare;
  •  Velocità, quasi sempre durante l’abbuffata si mangia molto velocemente e la masticazione è grossolana. A volte si beve per aumentare il senso di pienezza dato dalla distensione delle pareti dello stomaco;
  •  Stato alterato di coscienza; in alcuni casi le persone riferiscono di essere come in trance durante l’abbuffata; è possibile che si possano fare altre cose (guardare la televisione ad esempio) e contemporaneamente mangiare;
  •  Segretezza; di solito l’abbuffata si compie in solitudine e si costruisce una situazione protetta per non essere scoperti, per il senso di vergogna che provoca. Ad esempio si può mangiare in auto prima di salire in casa, oppure ripulire i piatti dagli avanzi di una cena con amici facendo finta di essere impegnate a sistemare la cucina, oppure portare sacchetti pieni di cibo in bagno e chiudersi a mangiare. A volte i familiari si insospettiscono, anche perché il costo delle abbuffate incide sui bilanci casalinghi e comportamenti furtivi attivano diffidenze e controllo. Si capisce da questa descrizione quindi che la mangiata goliardica con gli amici ha caratteristiche psicologiche diverse;
  •  Agitazione ed ansia, la situazione che si crea provoca uno stato di agitazione motoria e forte senso di ansia, che inizialmente sembra placarsi con l’ingestione di cibo, ma che poi al contrario si trasforma in senso di colpa, disistima e vergogna di se stessi.

Per definire la gravità del problema, bisogna dire che la maggior parte delle persone che si abbuffano non ha un problema alimentare, né un disturbo del comportamento alimentare. Se gli episodi sono saltuari, la quantità di cibo non è esagerata (se le calorie in eccesso sono intorno alle 500-600 e non più), allora non siamo in presenza di un disturbo. Quando al contrario, le abbuffate interferiscono con la qualità della vita, allora possiamo dire di essere in presenza di un disturbo del comportamento alimentare; in tal caso l’abbuffata si inserisce come elemento portante di veri e propri disturbi.

 

Siamo in presenza di “bulimia” se l’abbuffata si inserisce in un quadro complesso con le seguenti caratteristiche:  

  • consumo di grandi quantità di cibo in un periodo di tempo definito e con alta frequenza settimanale;
  •  sensazione di perdita di controllo nel corso dell’abbuffata;
  • uso di forme di controllo della forma fisica e del peso corporeo, come ad esempio vomito autoindotto, lassativi e diuretici, eccesso di esercizio fisico, dieta ferrea o digiuno;
  •  eccessiva preoccupazione per la forma fisica o per il peso corporeo.

Le persone che hanno questo disturbo in molti casi hanno un peso quasi normale, perché i comportamenti eliminativi contrastano l’eccesso di calorie ingerite.

 

L’altro disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate è il “disturbo da abbuffate compulsive”, abbreviato in BED. La definizione è abbastanza recente e deriva dall’osservazione che la diagnosi di bulimia spiega solo una parte dei disturbi che si osservano clinicamente, anzi si può tranquillamente affermare che le persone affette da BED sono in numero molto maggiore rispetto alle persone con bulimia.

 

La differenza rispetto alla bulimia è evidente, in quanto si osservano tutti i segni specifici (abbuffate, perdita di controllo ed eccessiva preoccupazione per forma fisica e peso), ma mancano i comportamenti di compenso. La persona affetta da BED non vomita, non usa lassativi o diuretici o esercizio fisico in modo eccessivo. Per questo motivo, la persona con bulimia è spesso in controllo di peso, mentre in presenza di BED la persona è sovrappeso o francamente obesa almeno nella metà dei casi.

 

L’ anoressia nervosa invece è il disturbo del comportamento alimentare che è caratterizzato da:

  •  peso molto basso, la persona è in sottopeso, cioè ha un BMI inferiore al 18;
  •  eccessiva preoccupazione per la forma fisica o per il peso corporeo.

Le persone con anoressia ottengono il controllo del peso o con una restrizione calorica e cognitiva molto spinta, oppure alternando abbuffate oggettive o soggettive con comportamenti eliminativi.

 

L’anoressia ha un impatto sociale molto forte, per l’interesse dei media, per l’alone di mistero che circonda le ragazze che ne soffrono, che sembrano condurre una battaglia contro il normale istinto di sopravvivenza. Combattono una battaglia durissima contro un bisogno fisiologico di base, la fame che sentono imperiosa e minacciosa. Uno degli elementi che differenzia la diagnosi rispetto ad altre forme di disturbi a connotazione psichiatrica è proprio basata sull’analisi della “fame”: una paziente con tono dell’umore depresso o altre patologie non si alimenta perché non sente fame, è svuotata di energie, al contrario della persona anoressica, che è dominata dal pensiero del cibo in ogni istante della sua vita. 

 

Anoressia e bulimia sono strettamente interconnesse ed è frequente il passaggio da un disturbo all’altro.

 

La definizione diagnostica è oggetto di controversie tra studiosi ed è in continuo divenire, così come le proposte terapeutiche. Ciò che però unisce i tre disturbi è la presenza dello stesso nucleo psicopatologico specifico, che è la presenza del sintomo “eccessiva preoccupazione per la forma fisica e peso corporeo”. Questo ci fa rendere conto di quale sia il legame che unisce questi disturbi.

 

Digiuno

 

Un’”abbuffata” è spesso preceduta da restrizione alimentare; in altre parole, tanto più mi impongo di rispettare delle regole restrittive, tanto maggiore è la probabilità che io abbia un’abbuffata. La restrizione alimentare può essere di due tipi:

  • restrizione calorica; la persona riduce l’apporto calorico complessivo per controllare il proprio peso, ad esempio seguo una dieta di 1000 calorie;
  • restrizione cognitiva; la persona esclude alcuni cibi ritenuti ingrassanti (dolci, pasta, pane, grassi ecc..); spesso la persona con DCA si autoimpone divieti rigidi non giustificati da un punto di vista nutrizionale. Può succedere che le restrizioni diventino talmente estese da limitare molto la varietà di alimenti ingeriti e di portare la persona verso l’ortoressia, che consiste nell’alimentarsi in modo ossessivo con cibi ritenuti non tossici, non manipolati, non contaminati.

 

Anche in questo caso il pensiero del cibo è totalizzante, perché tutta la vita ruota intorno alla ricerca del cibo “sano”, alterando l’equilibrio della vita psichica e sociale della persona.

 

La comprensione del meccanismo che lega abbuffate e digiuno è fondamentale per la costruzione dello schema terapeutico personalizzato. Infatti nell’analisi che il paziente fa dei suoi comportamenti alimentari è evidente come l’abbuffata sia una vera e propria “molla” che scatta se si verificano certe condizioni emotive, percettive e biologiche. Il ripresentarsi della situazione di “privazione” conseguente a dieta, al voler a tutti i costi controllare il proprio peso, associata alla frustrazione, alla vergogna, alla colpa, attiva proprio i comportamenti che più si vorrebbero evitare.

 

L’aspetto più difficile per il terapeuta è convincere la persona che per diminuire le probabilità di avere abbuffate è necessario modificare le restrizioni che si autoimpone; egli immagina che ingrasserà se mangia pasta a pranzo o se sostituisce il suo ristretto regime alimentare con una dieta moderatamente ipocalorica. Nella situazione terapeutica, il paziente sperimenta che le sue convinzioni non sono corrette e gli vengono forniti gli strumenti per gestire al meglio il rischio.

 

L’aver fatto diete rigide è considerato un fattore di rischio sia per l’insorgenza di DCA, che per l’obesità. Questo è vero maggiormente nell’età adolescenziale, quando il sistema psichico, metabolico e relazionale non è ancora maturo e stabilizzato. I ragazzi in sovrappeso od obesi devono essere portati in controllo di peso con programmi di rieducazione alimentare che coinvolga l’intera famiglia, con regimi moderatamente ipocalorici e con attivazione fisica; mai dovrebbero essere sottoposti a diete rigidamente ipocaloriche; insomma i ragazzi non dovrebbero mai sperimentare “digiuni”.

 

Questo sito usa cookie necessari a garantirne il funzionamento ottimale e cookie utili per le ulteriori finalità illustrate nella pagina info. Per accettarne esplicitamente l'uso puoi chiudere questo banner, scorrere la pagina, cliccare su un link o proseguire la navigazione in altra maniera. Info Cookie

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi